Muretti a secco dichiarati patrimonio dell’umanità

Chi di noi, lasciando il grigiore della città, non li ha visti spiegarsi in filari e filari, intrecciarsi l’uno con l’altro, tagliare la nostra campagna in fazzoletti scomposti, perdersi inghiottiti dall’orizzonte, oltre l’ultimo terrazzamento? Magari non ci facciamo neanche caso, ma loro sono lì. Grezzi, scontati, ma forti: sono i muretti a secco, lunghe catene […]

Chi di noi, lasciando il grigiore della città, non li ha visti spiegarsi in filari e filari, intrecciarsi l’uno con l’altro, tagliare la nostra campagna in fazzoletti scomposti, perdersi inghiottiti dall’orizzonte, oltre l’ultimo terrazzamento? Magari non ci facciamo neanche caso, ma loro sono lì. Grezzi, scontati, ma forti: sono i muretti a secco, lunghe catene di pietre incastonate tra loro in un abbraccio che dona stabilità e restituisce bellezza.

E’ notizia di oggi: l’Unesco ha inserito nella lista degli elementi immateriali i nostri muretti a secco perché rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”

“L’arte del ‘Dry stone walling‘ riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra secco”- spiega l’Unesco.
I muri a secco, sottolinea l’organizzazione, “svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli”

Alle origini del muro a secco
Nel bacino del Mediterraneo i muretti in pietra a secco per uso agricolo cominciano a diffondersi con la colonizzazione greca, rappresentando oggi uno dei più significativi esempi di archeologia agricola. Fu proprio con la diffusione delle colture arboree ed arbustive, ulivo e vite, soprattutto attorno alle città e sui terreni in pendenza, che si rese necessaria la chiusura dei campi in piccoli appezzamenti a protezione dalle greggi e dai furti. La storia della lavorazione a secco risale almeno alla fine del XIV secolo, cioè a quando il conte Bernardo Cabrera per far fruttare le proprie terre le divise in enfiteusi da assegnare agli agricoltori. Furono questi a setacciare il terreno, liberandolo dalle pietre per poterlo meglio coltivare, e a erigere i primi muretti di confine. Così, col tempo, si vennero formando generazioni di maestranze e scalpellini abili nella lavorazione di quella pietra, che dopo il terremoto del 1693 avrebbe permesso la ricostruzione di tutti gli edifici della zona nel peculiare barocco della Val di Noto.

Come si costruiscono i muri a secco?
Se in passato costruire muri a secco nasceva per lo più dall’esigenza di ripulire il terreno, oggi, invece, l’arte del muro a secco fa parte a pieno titolo di un’architettura particolare e ricercata dell’isola. Alla base della realizzazione dei muri a secco vi è una tecnica,  un sapere tradizionale appreso e trasmesso di generazione in generazione, che si intreccia con abilità frutto di una ricerca individuale. Questi muri sono costruiti senza malta e senza intonaco, utilizzando pietre calcaree locali montate e incrociate “a secco” e si infittiscono fino a diventare ricamo per il paesaggio, creando a volte spazi indefiniti all’insegna di una capricciosa fantasia alla cui base vi è una struttura funzionale. Costruire un muro a secco è un’operazione lunga e complessa, varia in base alla tipologia del muro e della pietra, un lavoro certosino che segue fasi ben precise: dalla scelta della pietra all’intaglio, dalla sovrapposizione all’incastro, dall’attrezzatura speciale che differisce dagli arnesi tipicamente utilizzati nell’edilizia; tutto concorre nella realizzazione di un’opera d’arte, a volte deturpata dalle intemperie e dal tempo. Distinti in due tipi assai simili, quello modicano e quello ragusano, i muri hanno un’altezza media di un metro ma in certe zone questa recinzione può raggiungere i quattro metri di altezza.

L’arte della pietra
I sassi sono da sempre stati la materia prima privilegiata per l’architettura rurale: dall’ovile alla masseria a testimonianza di una cultura e di un’economia legata al territorio. Il paesaggio rurale degli Iblei è caratterizzato da antiche masserie e terreni recintati da muri a secco, costruzioni inserite per il loro interesse storico e artistico nel Registro delle Eredità Immateriali dell’Unesco. L’arte del muro a secco è, come dire, la metafora dell’unione a partire da un singolo: una singola pietra che assieme ad altre trova identità, costruiti ricalcando fedelmente il modello trasmesso dagli avi. Quella del muro a secco è una tecnica di costruzione ricercata che concilia bellezza, armonia e funzionalità: la bellezza che scaturisce dalle forme delle pietre assemblate, e la funzionalità di costruzioni naturali che rispettano l’ambiente senza modificarlo, anzi plasmandosi su di esso e favorendo la biodiversità. Ogni muro racconta una storia personale che inizia quando si poggia la prima pietra e che, grazie al lavoro di artisti-artigiani, non finisce, depositando e custodendo in sé secoli di cultura e tradizione, restituendo un sapore di passato da ammirare e rinnovare nel presente.

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